"Dobbiamo volgere uno sguardo diverso al tema delle Aree Interne, non semplicemente aggiustamenti in corsa che finiscono nel più generale sistema di distribuzione acritica di finanziamenti e di favori senza visione".
E' parte dell'appello partito dal Forum delle Aree Interne nell'autunno scorso a conclusione della sua settima edizione, ci scrive Nico De Vincentiis (foto), stimato giornalista, opinionista e coordinatore del Forum delle Aree Interne.
In quella sede venne espressa la necessità di un impegno comune per comporre una nuova narrazione delle realtà periferiche e strategie di sostegno autentico ed equilibrato.
Come noto, si deve alla dura presa di posizione dei vescovi italiani (oltre 150 presuli, primo firmatario l'arcivescovo di Benevento Felice Accrocca), su spinta del Forum, la cancellazione da parte del Governo dell'Obiettivo 4 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, intitolato: "Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile".
Si trattava di un programma di "suicidio assistito" dei territori più emarginati che, secondo gli analisti si troverebbero "con una struttura demografica ormai compromessa, con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività".
Queste aree non potrebbero dunque porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza.
Fine corsa, in sostanza, con un pizzico di compassione ("Non possono però essere abbandonate a se stesse").
In realtà, a certe drastiche conclusioni si era giunti non tanto per l’arrendevolezza delle cosiddette comunità in via di estinzione quanto per l’incapacità di tenerle legate a un progetto condiviso di reciprocità e sussidiarietà.
Dunque per carenza di politica!
Ancora oggi essa invece che dare risposte propone compulsivamente le solite domande a se stessa.
Una gravissima ed evidente contraddizione che si proietta sulla riuscita di qualsiasi percorso di conoscenza e consapevolezza.
In questo contesto di precarietà, nel panorama politico brilla ancora meno l’azione delle amministrazioni locali, impegnate più a intercettare finanziamenti (senza neanche una precisa idea d'investimento) che a proporsi come laboratorio attivo di sviluppo, mentre non sembrano funzionare i canali di trasmissione delle risonanze locali verso il centro.
Anche l'intergruppo per i territori più emarginati, costituitosi in sede parlamentare, coinvolto dal Forum con un articolatissimo dossier sulla "bulimia" legislativa in materia di Aree Interne (centinaia di leggi e decreti mai applicati), non riesce a incidere sulle risposte e si limita ad attualizzare quelle di sempre rendendole così ancora una volta facile sponda per trasformare il malessere in consenso e in trasferimento di fondi che riusciremo a rendere improduttivi.
E' urgente allora educare alla domanda, mirata, consapevole e non spreco di suggestioni inutili, per contribuire alla organizzazione delle risposte.
In questo quadro si inserisce quell'infantilismo politico che porta a vivere gli eventi senza conoscere la storia e le azioni degli altri, a creare quello che già c'è e non costruire insieme programmi e percorsi secondo un inizio e una fine.
Continuiamo a escludere un orizzonte comune per specchiarci meglio nelle nostre singole ed egoistiche attese.
Per gli enti locali questo vuole dire isolarsi all'interno della propria povertà, rincorrere e ostentare qualche spicciolo in più rispetto al Comune limitrofo in un'improbabile sfida dei fondi che si trasforma nel vero fallimento delle politiche territoriali.
Il potere non sa trasformarsi in potenzialità ed esclude ogni ipotesi di condivisione.
Si sa, la cifra del teatrino politico è la stagnazione del falso movimento, quella formula secondo cui si deve concedere la scena a troppi attori che non smettono di leggere l’identico copione fino a quando non ne diventano per un attimo protagonisti principali.
Appunto solo per un attimo.
Non è questo lo spirito del Forum delle Aree Interne, lanciato coraggiosamente dai vescovi oltre otto anni fa, con il sostegno e l’incoraggiamento anche del presidente della Repubblica, Mattarella e di papa Francesco, in cui si è sperimentata una concertazione intergenerazionale sui bisogni e le attese con un’attenzione nuova da parte dei giovani e di un laicato più maturo.
Certamente una reazione responsabile rispetto alle impietose statistiche che purtroppo congelano la speranza comune e determinano soltanto l'aspettativa egoistica dei piagnucoloni seriali.
La crisi intanto sta intaccando anche il vero Prodotto Interno Lordo (Pil) dei territori, il senso di comunità. Mantenere aperto il fronte non sarà facile, anche perché, nonostante la perdurante e grave condizione di arretratezza e di emarginazione, sono ancora troppi i collezionisti di parole pronti a spenderle appena spunta un riflettore dalle loro parti.
La politica degli effetti speciali mina alla base le risorse socio-economiche e alla lunga impigrisce le qualità partecipative.
Non basterà purtroppo cambiare nome ai convegni per percepire seriamente la misura di quanto stia accadendo.
Le officine sociali e politiche, in mancanza di serie politiche di manutenzione valoriale, serviranno solo a "riverniciare" un problema arrugginito e non in grado di effettuare il "tagliando" a quanti sembrano avere perso il senso delle proprie rispettive missioni.
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