Riconoscimento dell'Unesco della cultura del vino e la coltura della vite che fa parte della tradizione europea e dell'Italia in particolare

L'affermazione di Christophe Hansen, commissario europeo all'Agricoltura, al "Vinitaly", apre un'affascinante prospettiva. Si tratterebbe di un riconoscimento per il vino che suona come un apprezzamento e un'opportunità, un approfondimento sui territori che possono trarre le risorse autoctone, se sistematizzate, che concorrono a creare un nuovo tipo di sviluppo anche nel Sannio

Vincenzo Carbone, architetto, in un suo scritto, ha approfondito il tema della viticoltura accoppiandolo con quello dell'urbanistica. 
"Gentile direttore - si legge - giorni fa è stata pubblicata su "Artribune" la notizia che al recente Vinitaly 2026, Christophe Hansen, commissario europeo all'Agricoltura, ha promosso un nuovo riconoscimento dell'Unesco della cultura del vino e la coltura della vite, perché il vino, afferma Hansen, fa parte della tradizione europea e dell’Italia in particolare.
Le affermazioni di Christophe Hansen riportate su "Artribune" da Stefano Monti aprono un'affascinante prospettiva.
La produzione vitivinicola e la cultura del vino si collocano, come si sa, oltre il tema del paesaggio, rappresentando, per tutti, tesori culturali e bellezza che influenzano la vita e l’economia.
La notizia, quindi, di un riconoscimento dell'Unesco per il vino suona come un apprezzamento e un'opportunità, un approfondimento sui territori partendo dalla cultura del vino e della vite.
Come si sa l'impostazione sistemica è foriera di traguardi che arricchiscono, dando sostegno alle risorse che i territori possiedono.
Un modello su cui possiamo soffermare l'attenzione per riflessioni a tutto campo è il progetto della vigna nel Parco archeologico di Pompei.
Una mirabile idea che unisce viticoltura all’archeologia, ampliando così la narrazione della città antica.
Da questa idea possiamo ricavare che le risorse autoctone, se sistematizzate, concorrono a creare un nuovo tipo di sviluppo.
Naturalmente anche nel Sannio.
Il Sannio, al di là delle altre specificità, è un comprensorio di vitigni storici come l'aglianico o la falanghina, ma anche di "teru̯àr" dell'ignimbrite flegrea che si estende fino a noi e dell'antico vitigno della barbera del Sannio (o camaiola) di Castelvenere.
Non sempre la viticoltura ha impegnato la dimensione strutturale complessiva del territorio, non sempre ha impegnato la pianificazione comprensoriale, anche se vanno segnalati gli innumerevoli sforzi dei Comuni, Provincia, produttori, Cantine e Consorzi.
Cosicché le affermazioni del commissario europeo Hansen pongono alla scena, anche del Sannio, la ricerca di un modello di valorizzazione.
D'altro canto, se per un momento ci concentriamo su alcune eccellenze, come la vite ad alberello di Pantelleria simbolo di resilienza, la vinificazione nelle anfore di terracotta del vino giorgiano, i vigneti terrazzati del Portogallo, comprendiamo che il paesaggio vitivinicolo è prezioso non solo per la specificità, ma perché la coltivazione della vite anima l’impianto territoriale, unendo produzione, accoglienza e ospitalità.
Ciò sia quando la coltura di pregio è protagonista del paesaggio e sia quando è semplicemente partecipe, come in Liguria o nella Palestina con le terre dell'olio.
Il commissario, in effetti, da un lato ci fa interrogare sulle nuove e possibili certificazioni legate alla produzione del cibo e bevande (Stefano Monti), dall'altro il focus del tema è la ricerca "di valori" e di un approccio ecosistemico condiviso.
In questi casi ciò che è fondamentale è saper miscelare e mescolare, saper cambiare la grammatica dello sviluppo e saper innovare con l'arte, la bellezza, il paesaggio o l’archeologia.
Così, pensando a questa nuova grammatica, è utile ricordare i vigneti salentini del primitivo di Manduria di Crispiano (conosciuto come Borgo delle 100 masserie).
Quell'area, al di là delle masserie è divenuta da un po' di tempo punto di riferimento per i paesaggisti, con i filari di viti del primitivo di Manduria disegnati ad onde da un architetto paesaggista spagnolo per realizzare una forma estesa di vigneto-giardino insieme agli olivi, come nelle terre dell'olio della Palestina.
Da questa narrazione viene da interrogarsi, quindi, come immaginare una strategia eco-sistemica di valorizzazione anche per i nostri habitat e comprensori?
Quello che si può affermare è che molti modelli sono unicità.
L'agricoltura eroica di Pantelleria, i terrazzamenti del Portogallo, i filari delle viti della Puglia, impregnano i rispettivi territori che l'Unesco ha tutelato e gli abitanti valorizzano giorno per giorno.
La sintesi, quindi, è che bisogna valorizzare quello che si ha, che in genere non è mai poco, ma con innovazione, sperimentazione e strategia.
C'è un tema, tuttavia, che va segnalato.
E' la coralità che si realizza intorno ad un progetto condiviso, come è stato nel caso del Parco di Pompei con la vigna, dove le attività archeologiche del sito si sono affiancate all'Università, alle collaborazioni scientifiche ed agronomiche e al partenariato agganciando così l'ispirazione olistica.
Che valutazioni trarre, dalle affermazioni di Christophe Hansen e dal contributo di Stefano Monti?
Le risorse autoctone devono far parte di un sistema di sinergie.
L'approccio ecologico facilita la condivisione dei nuovi strumenti che le istituzioni dovranno sperimentare, e quindi la pianificazione eco-sistemica va assunta come metodologia a tutti i livelli, recuperando la specifica grammatica che va oltre quella classica della pianificazione che conosciamo, ma che ormai è obsoleta".

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